La notizia ha fatto in poche ore il giro del mondo: in sostanza, come riporta anche Majunteo, mia fonte primaria per quanto riguarda il mondo cinese, Google ha deciso di non spalleggiare più la censura del governo cinese e per la prima volta dal 2006, quando appariva online google.cn, le ricerche effettuate hanno aggirato il Great Firewall. Per la prima volta, il colosso di Mountain View, ha offerto agli internauti della Repubblica Popolare immagini fino a quel momento tabù: la fila di carri armati fermi davanti all’ormai mitico manifestante di piazza Tian’anmen, le foto delle migliaia di esecuzioni capitali (in Cina coperte dal segreto di stato), la figura del Dalai Lama.
La dirigenza di Mountain View ha deciso quindi, unilateralmente, di venire meno all'accordo, stipulato nel 2006, sulla imposizione di filtri al motore di ricerca e minacciando di chiudere gli uffici Google in Cina se verrà a mancare un accordo con le autorità governative di Pechino.
Una scelta, annunciata sul blog di Google dal legale David Drummond, destinata a restare nella storia. Campagna in favore dei diritti umani? Scelta etica come titola il CorSera con Massimo Gaggi? Potrebbe essere così anche secondo la Reuters, che rivela di un incontro tra il segretario di Stato Hilary Clinton e le maggiori compagnie statunitensi tra cui proprio Google, Twitter e Microsoft. Oppure scelta dettata non tanto dall'etica quanto dalla volontà di difendere il proprio business come legge tra le righe il Prof. Paolo Costa nel suo blog, dove fa notare come in realtà il fulcro della decisione non si trovi nella perdita della quota di mercato di Google in Cina, ma nella difesa del modello stesso su cui si basa il motore di ricerca, ovvero il 'cloud computing'.
Al di là della disputa Google etica/Google economica, ampiamente ed esaudientemente analizzata negli scritti di cui sopra da parte di due esperti, mi pare si ponga anche una questione sociale che porta il dibattito dritto dritto nel nostro Paese, soprattutto in seguito alla risposta del governo cinese a Mountain View. Non si fa attendere infatti la risposta dell'esecutivo di Pechino su cui vorrei concentrarmi: "la censura serve, dobbiamo guidare l'opinione pubblica".
Ecco che entra in campo prepotentemente uno degli aspetti più oscuri della comunicazione: la creazione del consenso tramite l'assenza forzata del dissenso e delle voci controcorrente. Un problema molto italiano se analizziamo l'attuale stato e l'attuale racconto della Rete fatto dai media italiani. Dal momento che il problema, a oggi, non è ancora avvertito da almeno quel 58% che ancora non ha accesso a internet dalla propria abitazione, è bene analizzarlo prima di ritrovarci in una situazione 'cinese' e doverci poi mangiare le mani per non aver affrontato il tema a tempo debito.
Al nostro esecutivo attuale non piace il Web e non è una novita, così come non è stata una novità che gli esecutivi precedenti non si siano occupati della sua diffusione anche a livello di infrastrutture (d'altronde con le medesime alternanze di personaggi da 15 anni a questa parte era prevedibile). A livello di infrastrutture su 66 paesi connessi alla banda larga, risultiamo 38esimi, a 3 posizioni dalla tanto vituperata Cina, con una qualità che si colloca all'ultimo posto in Europa. In Italia solo il 42% della popolazione ha accesso a internet dalla propria abitazione, senza contare che, secondo i dati Eurostat, 31.000.000 di cittadini italiani su circa 56.000.000 (quindi più della metà) sono infoanalfabeti, ovvero poco o pochissimo avvezzi all'uso di un pc. Così non è un mistero il fatto che nel resto d'Europa si inizi ad investire nella Rete, mentre in Italia, perseguitata dal conflitto d'interesse imperante delle TV nelle mani dello stesso Presidente del Consiglio, le maggiori quote d'investimento, soprattutto pubblicitario, siano ancora dirette alla televsione, lasciando le briciole a giornali, radio e Internet.
Nonostante la diffusione non proprio capillare però Internet comincia a destare qualche preoccupazione tra i politici nostrani. L'idea, preistorica per la verità, è voler mantenere Internet come una piattaforma di distribuzione di contenuti omologati e non come un generatore vero e proprio di cultura e di contenuti da parte di cittadini anche comuni. Così arrivano i vari disegni di legge Alfano, Pecorella, e più recentemente il parere sullo schema del decreto legislativo con il quale nelle prossime settimane il Governo dovrà dare attuazione in Italia alla Direttiva UE 2007/65/CE meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS). Nella quale apparentemente vi è un mero recepimento di direttiva comunitaria, mentre in realtà si celano ambiguità e commi per dare una autentica 'bastonata' in particolare ai VideoBlog e di fatto trasformare Internet in una grande TV. Come detto, un vero e proprio distributore di contenuti omologati e vagliati da chi di dovere, così come accade in Cina dietro le quinte del grande Firewall.
LA CENSURA SERVE, L'OPINIONE PUBBLICA VA GUIDATA - Quante volte lo abbiamo sentito dire: "In Italia serve un Duce per guidare la gente". Personalmente, e scusatemi se mi espongo in questo modo, sono di un parere diverso. Ora, questo assoggettamento alla guida dell'uomo solo al comando sa non poco di branco animale, ma siamo essere umani. Il nostro sistema di codificazione e decodificazione del linguaggio ci da una capacità di discernimento e di ragionamento logico che l'animale non ha. L'essere umano non ha bisogno di essere guidato, l'opinione pubblica, non va giudata, mai, in nessun caso, perchè l'opinione pubblica deve essere in grado di mantenere una propria indipendenza, fuori dai dettami dei media. In Cina, l'opinione pubblica è guidata dal governo, il giornalismo non è più giornalismo, l'informazione è promozione dell'esecutivo e la cultura è imposta e non creata.
Sembra inquietante il quadro, eppure il nostro Paese sta andando verso quella direzione. L'informazione libera è sempre più ghettizzata, le reti televisive, di fatto sempre più nelle mani dell'esecutivo nazionale, guidano l'opinione pubblica verso gusti, tendenze, e percezioni della realtà sempre più standardizzate. Il giornalismo va sempre più verso la promozione pubblicitaria di atti e fatti del governo e di personalità ad esso vicine. Un paese che non pensa è un paese fermo. Un paese che non pensa si trova in una situazione peggiore di un paese che non può pensare.
Così se è vero che qui non siamo in una dittatura militare è altrettanto vero e facilmente constatabile che il regime mediatico sia portato a guidare l'opinione pubblica in una certa direzione. Mi spiego con un esempio banale e attuale: prendiamo in analisi il caso Craxi e la relativa intitolazione di una via a Milano nel decennale della sua morte. Una parte politica dice una cosa, l'altra un'altra, qualcun altro ha la sua versione dei fatti. Le parole e la terminologia sono comunque fattori importanti, anzi importantissimi all'interno della comunicazione, soprattutto quando si parla di giornalismo. Così, come voi converrete con me i termini 'esiliato' e il termine 'latitante' hanno definizioni completamente diverse, anche sul dizionario. Eppure la riabilitazione della figura dell'ex leader socialista all'interno dei TG, di cui non mi occupo nel merito, passa proprio dalla terminologia: i fatti ci dicono che Bettino Craxi fu latitante (in Italia avrebbe dovuto scontare 10 anni di carcere con condanna definitiva) e non un esiliato. Eppure i maggiori TG, tra cui il TG1, continuano sulla strada di quella terminologia errata e dei paragoni assurdi, cancellando e riscrivendo la storia. Di fatto guidando l'opinione pubblica nel terreno della rimozione storica. Purtroppo il giornalismo oggi come oggi, soprattutto nel 'mainstream' non riesce più ad esaudire quella funzione sociale che dovrebbe essere in cima agli obiettivi da raggiungere all'interno della professione, per questo occorre maggior capacità di analisi da parte della stessa pubblica opinione per non farsi risucchiare nel vertice del populismo e del populismo digitale per quel che riguarda la Rete stessa.
Tutto quello che trapela dalla Cina sul controllo dell'informazione e della cultura è tremendamente vicino anche al mondo occidentale, in special modo al nostro paese, dove la diffidenza continua nei confronti di un luogo di libertà come la Rete continua ad essere sempre oltre il livello di soglia massima, rischiando veramente limitazioni in contraddizione con l'evoluzione dei media e della nostra stessa società. Dobbiamo, tutti, abbandonare una ideologia predeterminata e guardare a questa situazione con occhio laico e riflettere sulle conseguenze che potrebbero derivare dall'imposizione di un modello di censura o di 'indirizzamento'.
La libertà di pensiero dell'essere umano dipende anche, e soprattutto, dalla facilità con cui si può accedere alle informazioni e al dibattito nel massimo della libertà. Insomma, Google o non Google, oggi come oggi gli unici responsabili della nostra libertà personale continuiamo ad essere noi stessi e la nostra capacità di fruire i media in modo responsabile, facendo di fatto fallire, proliferare o autoregolamentare qualunque progetto venga presentato. Per sopravvivere in libertà Internet ha bisogno della partecipazione e dell'attività di tutti i cittadini, altrimenti anche noi in futuro ci troveremo davanti un grande Firewall, da cui non sarà possibile scampare facilmente.
L.
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