Il 14 novembre 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicava sul Corriere della Sera la sua condanna a morte. Circa un anno dopo, esattamente la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, il poeta, regista ed intellettuale veniva assassinato a Roma all'Idroscalo di Ostia, in un episodio che viene volgarmente classificato come "una lite tra froci". Una lite tra froci non fu, quella giustificazione venne utilizzata per coprire un disegno ben più ampio per mettere fuori causa l'intellettuale che chiedeva verità sulle stragi di Milano e Brescia del '69 e del '74.
Ricostruire la vicenda in poche righe è impresa ardua e forse riduttiva, visti i punti che sicuramente verranno tralasciati, ma è bene che la storia si conosca, e di come, ad oggi, vi sia, come allora, un rischio grossissimo per coloro i quali trovino il coraggio di scrivere quell' "io so" che di fatto consegnò Pasolini al suo omicidio. La ricostruzione di questa storia è un flashback che parte da quella notte di novembre del 1975, passando per il 1970, arrivando fino al 1962 nelle campagne pavesi di Bascapè. Nel corso degli anni, troviamo quel "progetto di romanzo", citato nell'articolo da Pasolini, il quale si riferisce al suo "Petrolio", rimasto incompiuto e pubblicato sottoforma di una serie di appunti.
Giochi di potere, mafia e politica scandiscono le ore contate di Pier Paolo Pasolini e prima di lui del giornalista siciliano Mauro de Mauro e di Enrico Mattei, primo presidente ENI del dopoguerra.
Siamo a Roma, 2 novembre 1975, la polizia ferma un Alfa 2000 Gt che sta percorrendo il lungomare Duilio di Ostia in senso contrario. Dalla macchina, dopo l'inseguimento esce un ragazzo, nemmeno maggiorenne, Pino Pelosi. La macchina viene controllata, i militari trovano il libretto e la sorpresa: il mezzo è intestato a Pier Paolo Pasolini. Pelosi, diciassettenne, già qualche precedente per furto viene portato al carcere minorile di Casal del Marmo. Nella notte, Pelosi, al compagno di cella rivela "ho ammazzato Pasolini".
Alle 6.30 del mattino, alle foce del Tevere, all'interno dell'area degradata dell'Idroscalo viene rinvenuto il corpo di Pasolini. Una poltiglia di carne e sangue, l'automobile gli è passata sopra, attorno pezzi di legno pieni di sangue e un anello, lo stesso anello che Pino Pelosi aveva detto alla polizia di aver perso. E' l'attore Ninetto Davoli alle 7.30 a riconoscere Pasolini. Le agenzie battono le notizie, e l'Italia s'indigna per la morte di Pasolini, la morte di un "frocio", morto da "frocio", ucciso da un ragazzetto per aver rifiutato un rapporto orale.
Da qui inizia una storia, una storia che nemmeno fiumi di carta hanno chiarito, tra dossier, inchieste della magistratura e libri. Troppi buchi nella deposizione di Pelosi e tanti depistaggi da parte di servizi segreti e degli uomini della politica. Perchè? Perchè Pasolini, sapeva, ed aveva individuato: aveva capito cosa successe realmente e perchè successe nelle campagne di Bascapè quando precipitò il velivolo con Mattei a bordo, stesso motivo che portò alla morte, per mano della mafia, il giornalista Mauro De Mauro, incaricato dal regista Franco Rosi di ricostruire le ultime giornate in Sicilia del presidente dell'ENI per scriverne un film. Pasolini aveva individuato tutto il sistema di potere insito nella politica e nell'industria in Italia, sistema che stava analizzando e avrebbe portato alla luce, sotto forma di romanzo in "Petrolio".
Prima di pubblicare il romanzo, Pasolini viene ucciso nelle circostanze soprariportate, e la sua condanna a morte la firma egli stesso il 14 novembre del 1974, quando pubblica su CorSera l'articolo "Cos'è questo golpe? Io so", che vi riporto integralmente.
Immaginiamo un moderno "Io so", che invece di analizzare le stragi del 1969 e del 1974, analizza quelle del 1992 (Capaci e via D'Amelio) e del 1993 (Roma, Firenze e Milano), magari attualizzando quei termini di 'fascismo', 'comunismo', 'antifascismo' e 'anticomunismo'. Questa volta senza nemmeno l'aiuto della CIA, ad oggi, la mafia italiana è potente a sufficenza, senza bisogno degli americani. Ecco, riconducendo quel tentativo di 'golpe' dell'epoca ad un tentativo oggi di 'golpe mafioso'. Perchè mettendo insieme fatti ed avvenimenti, in apparenza separati tra di loro, ne esce un quadro chiaro, una ricostruzione della verità, non poi così difficile, visto quello che avviene tra il 1992 ed il 1994.
Immaginiamo un 'Io so' moderno, dove le verità che escono da processi celebrati sono riscontrabili e non di invenzione o fantasia, con tutti i suoi nomi e tutte le loro storie. Immaginiamo un 'Io so' moderno, dove si fa questa considerazione: "Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi."
Un moderno 'Io so' si tradurrebbe in 'Noi sappiamo'. Ma non abbiamo nè le prove, nè gli indizi, mentre il potere gli indizi e le prove le ha, anche se oggi, indizi e prove forse ne abbiamo anche noi a sufficienza, ma non vogliamo vedere. Chi sa, però, non si compromette col potere, perchè "il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. Ecco perchè oggi 'Io so' è diventato il 'Noi sappiamo' dell'ultimo ventennio italiano, ancora profondamente legato a quei lontani giorni di Pier Paolo Pasolini. Ecco perchè l'Italia è un paese fermo e impantanato.
(per approfondire la questione Pasolini-De Mauro-Mattei, Profondo Nero, editore chiarelettere 2009
Ricostruire la vicenda in poche righe è impresa ardua e forse riduttiva, visti i punti che sicuramente verranno tralasciati, ma è bene che la storia si conosca, e di come, ad oggi, vi sia, come allora, un rischio grossissimo per coloro i quali trovino il coraggio di scrivere quell' "io so" che di fatto consegnò Pasolini al suo omicidio. La ricostruzione di questa storia è un flashback che parte da quella notte di novembre del 1975, passando per il 1970, arrivando fino al 1962 nelle campagne pavesi di Bascapè. Nel corso degli anni, troviamo quel "progetto di romanzo", citato nell'articolo da Pasolini, il quale si riferisce al suo "Petrolio", rimasto incompiuto e pubblicato sottoforma di una serie di appunti.
Giochi di potere, mafia e politica scandiscono le ore contate di Pier Paolo Pasolini e prima di lui del giornalista siciliano Mauro de Mauro e di Enrico Mattei, primo presidente ENI del dopoguerra.
Siamo a Roma, 2 novembre 1975, la polizia ferma un Alfa 2000 Gt che sta percorrendo il lungomare Duilio di Ostia in senso contrario. Dalla macchina, dopo l'inseguimento esce un ragazzo, nemmeno maggiorenne, Pino Pelosi. La macchina viene controllata, i militari trovano il libretto e la sorpresa: il mezzo è intestato a Pier Paolo Pasolini. Pelosi, diciassettenne, già qualche precedente per furto viene portato al carcere minorile di Casal del Marmo. Nella notte, Pelosi, al compagno di cella rivela "ho ammazzato Pasolini".
Alle 6.30 del mattino, alle foce del Tevere, all'interno dell'area degradata dell'Idroscalo viene rinvenuto il corpo di Pasolini. Una poltiglia di carne e sangue, l'automobile gli è passata sopra, attorno pezzi di legno pieni di sangue e un anello, lo stesso anello che Pino Pelosi aveva detto alla polizia di aver perso. E' l'attore Ninetto Davoli alle 7.30 a riconoscere Pasolini. Le agenzie battono le notizie, e l'Italia s'indigna per la morte di Pasolini, la morte di un "frocio", morto da "frocio", ucciso da un ragazzetto per aver rifiutato un rapporto orale.
Da qui inizia una storia, una storia che nemmeno fiumi di carta hanno chiarito, tra dossier, inchieste della magistratura e libri. Troppi buchi nella deposizione di Pelosi e tanti depistaggi da parte di servizi segreti e degli uomini della politica. Perchè? Perchè Pasolini, sapeva, ed aveva individuato: aveva capito cosa successe realmente e perchè successe nelle campagne di Bascapè quando precipitò il velivolo con Mattei a bordo, stesso motivo che portò alla morte, per mano della mafia, il giornalista Mauro De Mauro, incaricato dal regista Franco Rosi di ricostruire le ultime giornate in Sicilia del presidente dell'ENI per scriverne un film. Pasolini aveva individuato tutto il sistema di potere insito nella politica e nell'industria in Italia, sistema che stava analizzando e avrebbe portato alla luce, sotto forma di romanzo in "Petrolio".
Prima di pubblicare il romanzo, Pasolini viene ucciso nelle circostanze soprariportate, e la sua condanna a morte la firma egli stesso il 14 novembre del 1974, quando pubblica su CorSera l'articolo "Cos'è questo golpe? Io so", che vi riporto integralmente.
Cos'è questo golpe? Io soUn anno dopo questo articolo la morte di Pasolini e la sparizione di alcuni appunti del romanzo. Pier Paolo Pasolini vuole utilizzare la letteratura, con la sua allegoria e simbologia come strumento di denuncia e questo spaventa l'establishement del potere italiano, che, di fatto, manda a morte Pasolini. Pasolini sa e ricostruisce.
di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Immaginiamo un moderno "Io so", che invece di analizzare le stragi del 1969 e del 1974, analizza quelle del 1992 (Capaci e via D'Amelio) e del 1993 (Roma, Firenze e Milano), magari attualizzando quei termini di 'fascismo', 'comunismo', 'antifascismo' e 'anticomunismo'. Questa volta senza nemmeno l'aiuto della CIA, ad oggi, la mafia italiana è potente a sufficenza, senza bisogno degli americani. Ecco, riconducendo quel tentativo di 'golpe' dell'epoca ad un tentativo oggi di 'golpe mafioso'. Perchè mettendo insieme fatti ed avvenimenti, in apparenza separati tra di loro, ne esce un quadro chiaro, una ricostruzione della verità, non poi così difficile, visto quello che avviene tra il 1992 ed il 1994.
Immaginiamo un 'Io so' moderno, dove le verità che escono da processi celebrati sono riscontrabili e non di invenzione o fantasia, con tutti i suoi nomi e tutte le loro storie. Immaginiamo un 'Io so' moderno, dove si fa questa considerazione: "Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi."
Un moderno 'Io so' si tradurrebbe in 'Noi sappiamo'. Ma non abbiamo nè le prove, nè gli indizi, mentre il potere gli indizi e le prove le ha, anche se oggi, indizi e prove forse ne abbiamo anche noi a sufficienza, ma non vogliamo vedere. Chi sa, però, non si compromette col potere, perchè "il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. Ecco perchè oggi 'Io so' è diventato il 'Noi sappiamo' dell'ultimo ventennio italiano, ancora profondamente legato a quei lontani giorni di Pier Paolo Pasolini. Ecco perchè l'Italia è un paese fermo e impantanato.
(per approfondire la questione Pasolini-De Mauro-Mattei, Profondo Nero, editore chiarelettere 2009
L.
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complimenti,luca, molto interessante
chissa cosa direbbe il pasolini oggi,ci manca molto